Qualche tempo fa avevamo parlato, in questa rubrica, del caso Cocaine: un energy drink dal nome pericoloso e ambiguo lanciato negli Stati Uniti nell’autunno del 2006, e che la Food And Drugs Administration statunitense aveva ritirato dal mercato, invitando formalmente La Redux Beverages di Las Vegas a trovare un nuovo marchio. Un nome furbo (commercialmente parlando) e piuttosto controverso, tanto che alcuni esperti in brand management, in un forum sul web (Brandchannel.com), si erano chiesti “quale sarà il prossimo passo, una barretta energetica chiamata Heroin?”, domandandosi, però, allo stesso tempo, come mai, allora, Coca-Cola – che in origine nasceva come sciroppo rinvigorente preparato con foglie di coca e noce di cola – continui ad essere venduta da più di 120 anni, senza problemi, in tutto il mondo.
Teoricamente, a livello strettamente giuridico, senza cioè considerare le implicazioni etiche, qualsiasi parola, numero, o combinazione di questi, può essere difeso come marchio denominativo di proprietà. A patto, però, che non si utilizzi un termine indispensabile alla descrizione del prodotto/servizio. Per esempio, non si può chiamare la marca di un computer “Computer”, perché si tratta di una parola considerata generica per il settore merceologico di riferimento e dunque è necessaria a tutti gli operatori di quel mercato. Invece, si può battezzare un computer “Apple”, cioè “mela”, che è senza dubbio un termine piuttosto originale per quella categoria di prodotti. Ma in questo caso la storia è diversa perché c’è la droga di mezzo e uno strano fascino che rischia di far presa sul pubblico dei teen-ager e dei consumatori più giovani…CONTINUA







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